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La Linea Gotica, Garfagnana e Versilia

E' la metà di agosto del 1944. Il 6 giugno gli alleati sono sbarcati in Normandia e il 15 agosto in Provenza. Dopo l'ingresso a Roma il 4 giugno, le truppe alleate hanno raggiunto Firenze e i tedeschi, dopo aver fatto saltare tutti i ponti sull'Arno, si trovano sulla destra del fiume.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante delle armate tedesche in Italia, mette in atto fino all'ultimo la tattica della "ritirata combattuta", prima di raggiungere le difese appenniniche della Linea Gotica, l'ultimo ostacolo della Campagna d'Italia. Il comando tedesco – si chiamasse Rommel o Kesselring lo stratega in capo – riteneva di aver sbarrato l'accesso alla Val Padana con un portone d'acciaio, roccia e calcestruzzo: la Linea Gotica. Si tratta di un temibile fronte di oltre 300 chilometri, che taglia in due l'Italia dal Tirreno all'Adriatico e che bloccherà per otto mesi l'avanzata delle truppe alleate. I tedeschi l'hanno battezzata inizialmente "Götenstellung" e poi successivamente "Grüne Linie" (Linea Verde), anche se passerà definitivamente alla storia con il nome di "Linea Gotica". La fascia di sbarramento va dalle difese costiere tra Massa e La Spezia, si spinge verso le Alpi Apuane, la Garfagnana, l'Appennino modenese, l'Appennino bolognese, l'alta valle dell'Arno, l'alta valle del Tevere sino agli sbocchi sulla Via Emilia, per chiudere sul versante adriatico con gli approntamenti tra Pesaro e Rimini.

Già all'indomani dello sbarco alleato in Sicilia i tedeschi hanno pianificato questa realizzazione difensiva, i cui lavori concreti iniziano nel 1944. Da Massa a Pesaro viene costruito un complesso sistema di difese fisse, costituito da campi minati, reticolati, fossati anticarro, trincee, ricoveri e bunker, con l'utilizzo di manodopera italiana, spesso coatta. La Linea Gotica è concepita per ottimizzare al meglio le risorse limitate dei tedeschi in fatto di armamenti e materiali da costruzione, sfruttando al massimo i vantaggi offerti dall'ambiente naturale, modellandosi sulla morfologia della penisola italiana.

L'organizzazione Todt ha mobilitato 50.000 operai italiani che, insieme ad una brigata slovacca di 2.000 uomini e sotto il coordinamento di 18.000 genieri tedeschi, hanno provveduto a concentrare le opere fortificate nei punti chiave. Un rapporto relativo alle opere di difesa della Gotica nel settore centro-orientale, redatto nell'estate 1944, elenca 3.604 trincee, 479 postazioni per cannoni anticarro e mortai, 2.376 nidi di mitragliatrice, 16.000 postazioni per tiratori scelti e 9 chilometri di fossati anticarro e attesta che sono stati stesi 120 chilometri di reticolati e posate 95.689 mine antiuomo e anticarro.

Alla fine di settembre 1944 i tedeschi abbandonarono l'altopiano delle Pizzorne e la media valle del Serchio, riorganizzando le loro posizioni difensive in Garfagnana. La seconda Linea Gotica, dietro la quale si riposizionarono le truppe germaniche, saliva dal Cinquale e dall'alta Versilia e si aggrappava nel settore apuano ai monti Folgorito, Carchio, Altissimo e all'imponente complesso naturale delle Panie. Da qui si dirigeva verso le Rocchette e il Grottorotondo, passava per i paesi di Brucciano, Molazzana, Montaltissimo, Fiattone, Perpoli, Treppignana e Lama, fino ad arrivare ai confini con la provincia di Modena.

Borgo a Mozzano, antico centro della media valle del Serchio, fu fortificato in maniera eccezionale dall'Organizzazione Todt, che qui concentrò numerose opere, come gallerie, bunker, difese anticarro, piazzole di tiro e trincee. Dopo il cedimento della linea Gotica centrale sui passi del Mugello, i tedeschi ripiegarono in Garfagnana vanificando così l'utilizzo di questo sistema difensivo e lasciandolo pressoché intatto. Oggi sono diversi i percorsi di visita ai manufatti a Socciglia, ad Anchiano, alla roccia del Parello, al monte dell'Elto e a Madonna di Mao, dov'è anche un muro anticarro in cemento.

Trascorso l'inverno, le truppe alleate sono ormai riposate e rifornite di munizionamenti, non resta che aspettare le condizioni favorevoli del clima e del terreno. La data scelta per l'inizio dell'offensiva sulla Linea Gotica e in Romagna è il 9 aprile 1945. Il 14 aprile anche la Quinta Armata riprende l'offensiva e tutto il fronte della Gotica si muove con 2.000 bombardieri che entrano in azione seguiti da una spaventosa concentrazione di fuoco d’artiglieria. L'offensiva alleata contro la Linea Gotica e le armate tedesche in Italia riprese nell'aprile 1945. Nella prima decade di questo mese fu completata la liberazione della Versilia, mentre il giorno 20 la guerra terminava anche in Garfagnana. Le distruzioni subite dai comuni della Lucchesia furono notevoli; decisamente ingenti quelle dei comuni in cui la guerra si protrasse fino all'aprile 1945. Castelnuovo, Barga, Gallicano, Seravezza e Molazzana risultarono semidistrutte, contando più del 70% di danni agli edifici e alle infrastrutture. Il territorio di questi comuni fu quello maggiormente devastato, anche se in ginocchio era l'intera provincia. In totale si ebbero 1157 civili uccisi per rappresaglia, 302 furono i partigiani e i patrioti caduti, 28 i sacerdoti e i religiosi uccisi. Lo sfondamento finale della Linea Gotica anticipa solo di qualche giorno l'insurrezione generale del 25 aprile e la fine delle ostilità sul fronte italiano del 2 maggio.

Da Lucca a Borgo a Mozzano

Se si proviene da nord, si raggiunge Lucca dopo aver percorso la A12 fino a Viareggio-

Camaiore e aver imboccato la diramazione autostradale A11/A12 Viareggio-Lucca (circa 18 km), seguendo le indicazioni per il centro. Provenendo da sud si supera Pisa e all'uscita Pisa Nord si percorre la A11 (Firenze Mare) per 16 km, seguendo sempre le indicazioni per il centro città. Una possibile tappa negli immediati dintorni di Lucca è il piccolo centro agricolo di Capannori, che nel settembre del 1943 ospitò in località Colle di Compito il campo di concentramento N. 60.

Lucca

E' senz'altro una delle più belle città toscane. Le sue architetture, le opere d'arte che custodisce e il magnifico territorio cha la circonda parlano di un passato antico e ricco di eventi importanti. Ancora oggi la cingono le possenti mura bastionate costruite tra il Cinquecento e la prima metà del Seicento: sono la quarta e ultima cerchia che la città ha eretto per difendersi da attacchi esterni. La cinta muraria regala oggi uno spettacolo assolutamente unico incorniciato dagli ampi spazi verdi che la accompagnano su tutto il perimetro.

Le vicende del Secondo conflitto mondiale hanno per fortuna risparmiato a Lucca pesanti bombardamenti, ma hanno sconvolto le sue strade e il suo territorio con scontri cruenti e massacri inauditi soprattutto tra la fine di giugno e l'inizio di agosto 1944.

A Lucca, tra l'altro, si trovava la Pia Casa dove venivano raccolti i prigionieri (circa 35000) dei numerosi rastrellamenti operati dai tedeschi sul territorio circostante. Va segnalato il forte impegno diretto della popolazione lucchese nella mobilitazione contro i gruppi nazisti. Molti dei cittadini che lavoravano in strutture gestite dal comando tedesco passarono preziose informazioni ai reparti partigiani e alle truppe alleate attraverso il CLN. La Resistenza ottenne la liberazione di Lucca il 5 settembre del 1944. Il tributo di vittime pagato dalla Lucchesia alla guerra fu altissimo, come dimostrano i dati forniti dall'Istituto storico della Resistenza e dell'età contemporanea di Lucca: 3009 soldati caduti, 612 partigiani, 1157 civili fucilati per rappresaglia, 861 civili morti per bombardamenti e mine, 120 ebrei deportati, dei quali solo 7 sopravvissuti.

Storia e memoria. Nel centro di Lucca, in piazza Napoleone, all'interno del monumentale Palazzo ducale, sede della Provincia, si trova l'Istituto storico della Resistenza e dell'età contemporanea, che costituisce uno dei più importanti centri di studio sulla storia contemporanea d'Italia. Con il suo archivio, che conserva 500000 documenti originali e foto d'epoca, e la biblioteca specializzata, che possiede circa 6000 volumi, l'istituto è meta preferenziale di studiosi provenienti da tutta Europa. In particolare raccoglie numerosi documenti originali del passaggio del fronte nel territorio lucchese. È inoltre visionabile presso l'istituto una collezione di 300 manifesti originali della propaganda nazifascista. Degna di nota è anche la raccolta integrale de "l'Unità" dal settembre 1944 al giugno 1998 e de "il Manifesto" dal primo numero a oggi.

In via Sant'Andrea al N. 43, in una delle più suggestive zone medievali di Lucca, sorge il trecentesco palazzo Guinigi, di proprietà comunale. Qui ha sede il Museo storico della Liberazione 1943-45, che custodisce documenti di rilevante interesse storico, cimeli della Resistenza e urne recanti la terra dei cimiteri militari italiani e dei luoghi teatro di stragi naziste.

Il tema della Linea Gotica è fatto oggetto di percorsi di didattica museale organizzati dalla Provincia di Lucca in collaborazione con le istituzioni scolastiche del territorio e rivolti sia alle ultime classi della scuola dell'obbligo sia a quelle delle scuole superiori. In particolare sono previste lezioni tenute da docenti e da esperti per illustrare le metodologie di ricerca e di rilievo sul campo; visite ad alcuni segmenti della Linea Gotica presenti sul territorio provinciale; incontri con alcuni testimoni diretti degli eventi bellici; lavori individuali e di gruppo per il riordino delle conoscenze.

Da Lucca proseguendo per circa 23 km verso la Garfagnana lungo la statale 12 dell'Abetone e del Brennero, che risale la splendida valle del Serchio, si imbocca a sinistra la strada provinciale 2 che conduce a Borgo a Mozzano.

Borgo a Mozzano

Famoso per la chiesa di S. Jacopo, risalente al XVII secolo e ricca di opere d'arte, e per il trecentesco ponte della Maddalena o del Diavolo, è un tipico borgo della media valle dal ricco passato e dai suggestivi scorci paesaggistici.

La concentrazione di opere fortificate della Linea Gotica è qui assolutamente eccezionale sia per numero sia per stato di conservazione, dal momento che in questo punto la Linea Gotica è rimasta pressoché intatta. Le molte gallerie, i bunker e le piazzole di tiro sono perfettamente conservate e agevolmente visitabili. Si tratta di opere scavate nella roccia che non hanno subito deterioramento nel tempo e che mantengono ancora intatto oggi il loro aspetto originario. Tra le altre permanenze belliche, all'altezza della cappellina conosciuta come "Madonnina di Mao", sulla destra del Serchio, è collocato un vallo anticarro in cemento armato alto circa 250 m, rinforzato da due casematte alte circa 4 m in prossimità delle due strade che fiancheggiano il fiume. Sempre in località "Madonnina di Mao" nel 1992 è stato collocato un cippo marmoreo a ricordo del sacrificio di Pietro Pistis, componente della formazione partigiana Baroni, ucciso dai tedeschi.

La Todt, i bunker, le gallerie. Nella valle del Serchio e sui monti circostanti si stima che abbiano lavorato a servizio della Todt circa 3000 persone per un periodo di dodici mesi. Molte erano state reclutate sul posto come volontari grazie al beneficio che questo tipo di impiego garantiva a chi aveva abbandonato l'esercito dopo l'8 settembre, altrimenti destinato alla deportazione. Altri erano lavoratori coatti, catturati durante i rastrellamenti e una volta finito il turno di lavoro trattenuti nel campo di concentramento di Socciglia, nelle vicinanze di Anchiano. La Todt che operava in questo territorio aveva la sua sede tecnica nel palazzo Giorgi di Borgo a Mozzano e la sede amministrativa nel palazzo Santini.

Il gruppo Azione Patriottica di Borgo a Mozzano, guidato da Mario Amaducci e Mario Tonelli, su incarico del CLN di Lucca - il cui presidente era l'ingegner Cesare Marchi - condusse per mano del geometra Silvano Minucci un accurato e sistematico rilevamento topografico delle opere di difesa, delle aree minate e di tutti gli appostamenti difensivi tedeschi. La preziosa mappa fu in seguito recapitata a Lucca al Comitato militare e successivamente fatta pervenire al Comando della V Armata dal radiotelegrafista Ennio Tassinari, che raggiunse gli alleati attraversando la linea del fronte. Va peraltro segnalato che Borgo a Mozzano non è stato teatro di scontri: lo sfondamento della Linea Gotica nel Mugello permise infatti agli alleati di aggirare le truppe tedesche stanziate nella valle del Serchio, costringendo Kesselring ad arretrare il fronte sui monti.

Il Comitato per il recupero e la valorizzazione della Linea Gotica del comune di Borgo a Mozzano, costituito proprio con il fine di recuperare le preziose testimonianze di uno fra i pochissimi siti fortificati tuttora intatto, organizza visite guidate (minimo 7 persone, massimo 20) presso i bunker, le gallerie, le piazzole e i camminamenti ripristinati. Gli accompagnatori sono in grado di fornire chiarimenti e informazioni sulle vicende belliche che hanno interessato questa zona della media valle del Serchio.

Presso la Biblioteca comunale "F.lli Pellegrini" sono disponibili documenti originali che riportano in maniera esatta le disposizioni delle opere fortificate disposte in questo tratto della valle del Serchio e nelle alture dei dintorni. Vi si trovano inoltre testi e lavori di approfondimento redatti nel corso degli anni da parte di esperti locali e di studiosi intervenuti ai numerosi convegni organizzati sul tema.

Da Borgo a Mozzano si continua l'itinerario lungo le strade provinciali 2 e 21 passando per i centri di Barga e Catagnana (circa 23 km). Da Catagnana si raggiunge in breve il piccolo borgo di Sommocolonia. Da Barga, invece, imboccando la strada che attraversa il corso del Serchio si raggiungono Gallicano e Molazzana, teatro durante la guerra di Liberazione di occupazioni, aspri scontri e distruzioni di cui tuttora conservano visibili tracce.

Sommocolonia

Il borgo rappresentava l'avamposto più avanzato di cui gli alleati potevano disporre sul tratto garfagnino della Linea Gotica. Qui, sopra un colle che sovrasta l'abitato, all'alba del 26 dicembre 1944 le truppe tedesche iniziarono la fase di cannoneggiamento preventivo intesa ad aprire il varco all'attacco di terra. La resistenza alleata, pur battendosi strenuamente, non riuscì a opporsi all'impeto delle truppe germaniche in avanzata e perse anche una gran quantità di viveri e munizioni che furono prontamente requisite dai tedeschi. Alla fine dell'attacco le truppe alleate erano state fatte indietreggiare fino a Fornaci di Barga, e il successo dell'azione di avanzamento appariva completo. Tuttavia i tedeschi, dopo aver bruciato ciò che non potevano portare via, nella notte tra il 28 e il 29 abbandonarono improvvisamente Barga e le posizioni così rapidamente conquistate ritirandosi sulla linea del vecchio fronte. La battaglia di Sommocolonia procurò molte vittime soprattutto tra la popolazione civile sia per l'offensiva tedesca sia per il conseguente contrattacco aereo degli alleati.

Un monumento alla Memoria, inaugurato nel 1945, ricorda un gruppo di partigiani morti nella battaglia del 26 dicembre, giorno in cui ogni anno, presso il monumento stesso, si svolge una celebrazione commemorativa.

Il Comune di Barga ha anche promosso a partire dal 2003 l'itinerario "Catagnana Alta – Sommocolonia", che attraversa una strada storica con tessitura lapidea e si sviluppa per circa 2 km a partire dal centro abitato di Catagnana Alta fino a Sommocolonia. Il percorso, in area boscata e in zona di salvaguardia paesaggistica, dopo circa 1 km sale sempre più ripidamente tra selve di castagni ancora coltivate fino al nucleo abitato di Sommocolonia. All'inizio del tracciato lastricato, aperto durante tutto il corso dell'anno con possibilità di guida per gruppi organizzati, si trova una antica fonte murale e lungo il sentiero sorge un piccolo edificio religioso, l'oratorio di S. Rocco, edificato nel 1633.

La Linea Gotica: una guerra nella guerra

Come è noto, nel comando tedesco vi fu un forte contrasto di opinioni sul da farsi dopo il

successo dello sbarco angloamericano a Salerno ai primi di settembre 1943. La tesi di Rommel, che dei generali germanici era senza dubbio il più agile di mente e il più dotato di capacità di comando, era che non valeva la pena consumare uomini e mezzi in una difesa palmo a palmo della penisola italiana. Visto che i tedeschi non avevano ributtato in mare le forze alleate sbarcate nell'Italia meridionale, e visto che l'aviazione germanica era stata spazzata via dai cieli italiani dalla superiorità aerea degli alleati – o al massimo ridotta a successi sporadici, come i due bombardamenti delle navi ancorate nel porto di Bari e qualche attacco su Napoli – una ritirata lenta, con grosse azioni di ritardo, come quelle sulla Linea Gustav, da Cassino a Orsogna e a Ortona, dell'autunno-inverno 1943-44, avrebbe esposto le lunghissime linee di rifornimento della Wehr-macht al martellamento della Royal Air Force (RAF) e della US Air Force, praticamente senza possibilità di difendersi. Meglio era dunque riportare indietro le truppe tedesche, risparmiando loro un inutile logorio e

mantenendone quasi intatta l'efficienza bellica, per attestarle su una linea montana, irraggiungibile dai carri armati pesanti Sherman e poco suscettibile di crollare sotto attacchi aerei. Dunque, sulla catena dell'Appennino Tosco-Emiliano in un primo tempo, e su quella delle Alpi in un secondo momento, nella disperata ipotesi di uno sbocco degli angloamericani nella Pianura Padana. Una volta che gli alleati si fossero dissanguati in vari attacchi a questi bastioni naturali – né gli Sherman potevano sognarsi di attraversare i ghiacciai dell'Adamello, né gli Spitfire potevano fare molto contro le rocce del monte Civetta – tutto sarebbe stato possibile: anche una controffensiva vittoriosa che riportasse gli hitleriani a Milano e Bologna.

Il maresciallo Kesselring non aveva l'agilità mentale di Rommel: era un bruto feroce e testardo, che voleva la difesa a oltranza della penisola per saccheggiarla con tutto comodo e sfruttare fino all'ultimo le risorse agricole e industriali della Pianura Padana. Il presupposto politico di questa strategia era che i fascisti fossero la maggioranza in Italia come lo erano stati i nazisti in Germania. Secondo questo punto di vista, anche se molti avevano applaudito la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943, in realtà gli italo-fascisti erano forti abbastanza da dare una base consistente alla resurrezione di Mussolini in veste repubblicana. Gli oppositori al fascismo, in Italia, non potevano mobilitare altro che pochi "banditen im solde Englands". Per quei ribelli sarebbe stata sufficiente una buona cura di terrore, a base di stragi, come quella già applicata contro i partigiani nell'URSS. Kesselring ordinò esplicitamente di impiegare il metodo del terrore, sperimentato così bene nell'Est europeo.

Era esplicito, negli ordini di Kesselring, che per terrorizzare l'Italia i soldati tedeschi non avevano granché bisogno di affaticarsi a dare la caccia ai "banditen" e rischiare la pelle in combattimento: bastava che facessero stragi sufficientemente raccapriccianti di inermi, bambini e vecchi compresi. Questo disegno orribile è documentato, al di là di ogni possibile dubbio, dalle carte ufficiali della Wehrmacht cadute in mano agli alleati.

Tra le opposte tesi di Rommel e di Kesselring, il caporale Hitler optò per quella di Kesselring: la più idiota e la più sanguinaria.Oltre al ricordo della Grande Guerra, in cui non si cedeva terreno se non a un prezzo di cadaveri superiore allo spazio in cui seppellirli, pesò indubbiamente sulla decisione del Führer la volontà di non fare sparire dalla scena il Duce, suo modello e suo ispiratore. Non era un disegno politico razionale: chiunque avesse un cervello capace di fare i conti con la realtà avrebbe capito che Mussolini aveva perso ogni ascendente sugli italiani, se mai lo aveva avuto davvero; non era più che un lugubre fantasma. Pretendere di riportare Mussolini al potere con il metodo del terrore era ormai un allucinato sogno nibelungico. Ma a quel sogno truce e irreale il caporale Hitler non esitò a sacrificare vite di soldati tedeschi a decine di migliaia. Nella Campagna d'Italia del 1943-45 gli alleati ebbero circa 350000 "casualties" – morti accertati, scomparsi o feriti – e i tedeschi ne ebbero circa 430000. E ciò malgrado i primi stessero all'offensiva e i secondi in difensiva, e quindi fosse prevedibile che gli alleati soffrissero perdite più gravi dei germanici. Tra le visite ai luoghi della Linea Gotica indicate in questa guida consigliamo soprattutto quella al cimitero di guerra tedesco al passo della Futa: circa di 31000 tombe ben allineate come soldati in parata. A quelle tombe di morti accertati nei combattimenti dell'area tosco-emiliana vanno aggiunti i cadaveri che non poterono essere identificati, i puramente e semplicemente "scomparsi", gli innumerevoli morti in ospedali, magari ben lontani dai luoghi dove erano stati feriti o si erano ammalati. Quelle migliaia di tombe parlano chiaro con il loro silenzio: la prima vittima della follia omicida del caporale Hitler fu il soldato tedesco mandato al macello da generali supini ai capricci del Führer.

La tesi di Kesselring della difesa a oltranza di ogni metro di terreno sembrò confermata dall'arresto che l'avanzata alleata subì dall'autunno 1943 alla primavera inoltrata dell'anno successivo davanti alla Linea Gustav, apprestata dai tedeschi attraverso lo stivale, dal Tirreno all'Adriatico, e poi dallo scarso successo – per non dire brutalmente dal fiasco – dello sbarco di Anzio e Nettuno.

Come Dio volle, la V Armata americana la spuntò a entrare in Roma il 4 giugno 1944, mentre l'VIII Armata britannica arrivava a nord dei massicci montani abruzzesi e avanzava nelle Marche, lungo l'Adriatico. Kesselring dovette ritirarsi alla svelta fin verso Arezzo, dove tentò una battaglia d'arresto, senza riuscire a ritardare se non di poco la marcia dell'VIII Armata. Poi ideò un'altra manovra di arresto che avrebbe dovuto costringere i britannici a sbattere il muso contro le alture di Fiesole, guarnite di truppe scelte – i paracadutisti con il bracciale nero e la scritta "Kreten", che indicava in loro i conquistatori, ormai famosi, della leggendaria isola egea – e di forti artiglierie, provocando così quella distruzione dei tesori d'arte di Firenze che avrebbe svergognato l'Inghilterra davanti all'opinione dell'intero mondo civilizzato. Disgraziatamente per lui gli inglesi furono così scortesi che non varcarono l'Arno a Firenze, dove Kesselring li stava aspettando, ma una ventina di chilometri più a monte, in quel di Pontassieve, e altrettanto più a valle, verso le Signe. A combattere di strada in strada contro i tedeschi lasciarono solo o quasi il piccolo esercito del CTLN – la divisione Garibaldi, organizzata dal PCI, e la divisione Giustizia e Libertà, organizzata dal Partito d'Azione – che disponeva solo di armamenti leggeri, inadatti perciò a danneggiare gli edifici. L'operazione Firenze non fu incruenta: solo i caduti britannici sepolti nel cimitero di guerra del Girone, alla periferia della città, sono 1600: se vi paion pochi provate voi che allegria è stare sotto le raffiche o le sberle delle granate e dei mortai. L'azione però costrinse i tedeschi a ritirarsi fino all'Appennino, cioè fino alla linea di fortificazioni stabili progettata da Rommel a suo tempo con il nome di Linea Gotica.

Il presente libro è appunto una guida alle località della Linea Gotica e a quanto ancora sopravvive delle fortificazioni su cui Rommel prima e Kesselring poi contavano di inchiodare la V Armata americana e l'VIII Armata britannica tanto a lungo da dissanguarne gli effettivi. È una visita che indurrà – lo speriamo – a riflessioni molto serie chiunque la compirà.

Il comando tedesco – si chiamasse Rommel o Kesselring lo stratega in capo – riteneva di aver sbarrato l'accesso alla Val Padana con un portone d'acciaio, roccia e calcestruzzo: la Linea Gotica. Non si era neppure sognato che gli inglesi potessero soffiargli la chiave del portone sotto il naso. Il fatto è che i tedeschi combattevano con le armi e col terrore, ma con poco cervello, mentre i britannici combattevano con le armi e col cervello, ma senza terrore. Kesselring avrebbe dovuto fare tesoro dell'esperienza di Firenze, dove era stato così bellamente ingannato dagli inglesi sulle loro intenzioni. Ma era un arrogante testone, convinto di avere inflitto ai suoi avversari tante perdite nelle battaglie di arresto di Arezzo e Firenze da rendere loro impossibile riprendere l'offensiva e sfondare il portone della Linea Gotica. Naturalmente l'Intelligence Service e gli Special Services, che ne erano i tentacoli operativi, fecero il possibile per confondergli ancora di più le idee, spargendo false informazioni tanto da imbottirne lo spionaggio tedesco. Kesselring cadde nella trappola così bene che, terminate le operazioni intorno a Firenze, si mise addirittura in congedo per prendersi un po' di riposo. Sicuri di aver ingannato il loro avversario, i britannici, poche ore dopo il ciclo operativo attorno a Firenze, scatenarono all'improvviso l'attacco nel punto debole della Linea Gotica, la stretta lingua di pianura che a Rimini fronteggia il mare e la linea delle alture di Coriano, immediatamente prospiciente. Quell'attacco colse di sorpresa i tedeschi, costringendoli a mollare Rimini. Ma paracadutisti e carri armati germanici si batterono ferocemente per bloccare l'avanzata dell'VIII Armata. Le alture di Coriano furono espugnate ugualmente, ma in quel breve spazio i britannici lasciarono 2000 morti accertati e migliaia di "dispersi" e feriti. Kesselring, tornato a precipizio, raccolse quanti uomini e mezzi poté e li scagliò addosso all'avversario. Il comando britannico gettò sul tavolo da gioco il suo asso di briscola – i terribili Gurkha dell'Assam – e chiese alla V Armata un'offensiva di alleggerimento che scendesse dalla Futa verso Bologna. I Gurkha erano montanari, bassi di statura e con gli occhi a mandorla, che facevano di professione i briganti finché il Raj britannico non li trasformò in soldati e ne fece i suoi migliori combattenti. Andavano di notte all'assalto, strisciando per terra come serpenti; se il nemico sparava non rispondevano al fuoco per non rivelarsi. Arrivati a ridosso delle sentinelle avversarie balzavano su nel buio come fantasmi, armati di una corta scimitarra con cui tagliavano la gola al nemico di netto con un colpo solo. Nei corpo a corpo selvaggi che seguivano la sorpresa non badavano a quanti di loro restavano uccisi. Badavano invece che, finito il combattimento, i cadaveri dei loro caduti non venissero sepolti ma cremati, perché le anime volassero a ricongiungersi con l'eterno Tutto. Gli americani, dal canto loro, partirono dalla Futa e scesero a valle protetti dal fuoco dei loro modernissimi cannoni a tiro rapido. Ma per sparare a quel ritmo infernale le batterie avevano necessità di essere rifornite di proiettili da una catena ininterrotta di autocarri. Scoppiò però sull'Appennino un diluvio di pioggia che trasformò le strade in fangaie acquitrinose in cui ai grossi autocarri americani, appesantiti dai carichi di munizioni, si bloccavano le ruote. Le munizioni non arrivarono alle batterie; le batterie non spararono; la fanteria, partita all'assalto, si trovò senza copertura di fuoco. Fu una carneficina che in poche ore lasciò circa 2000 morti e feriti sul terreno. L'offensiva di alleggerimento fallì e i britannici furono lasciati a continuare la loro offensiva nel fango. La proseguirono, ma così a stento che Ravenna fu raggiunta da un corpo di canadesi solo ai primi di dicembre 1944. Dopo di che l'VIII Armata restò impantanata per quattro mesi nella pianura romagnola, trasformata daccapo in palude dai tedeschi facendo saltare le dighe delle bonifiche Quei quattro mesi di un freddo eccezionale, tale da ridurre la pianura a uno sterminato pancone di ghiaccio, furono anche punteggiati da bruschi rialzi di temperatura, per cui a neve e gelo subentrarono fitte piogge, contro cui non c'era cappotto che riparasse. A rendere ancor più grama la vita a noi dell'VIII Armata si aggiunse l'assurdo dell'immobilità del nostro fronte, mentre sui fronti della Germania angloamericani a ovest e sovietici a est avanzavano implacabilmente. Davvero la nostra era diventata la guerra dei fessi e più fesso di tutti era chi ci lasciava la "buccia". Ormai correva tra noi la voce che non ci saremmo più mossi perché la guerra si sarebbe decisa lontano.

Naturalmente quella voce era un ennesimo scherzo maligno che gli Special Services giocavano allo spionaggio tedesco. Al solito, quando il comando dell'VIII Armata fu sicuro che i generali del Führer si fossero bevuti la panzana, scatenarono l'offensiva da Alfonsine, nel Ravennate, verso il Po, il 9 aprile 1945. I soldati italiani del gruppo di combattimento Cremona furono l'avanguardia dell'VIII Armata, cui aprirono la strada forzando la linea difensiva nemica al fiume Senio. La V Armata americana – dopo che l'aviazione USA ebbe maciullato la Linea Gotica con bombardamenti così infernali come mai si eran visti sul fronte italiano – avanzò dal passo della Futa e dopo circa una settimana di combattimenti liberò Bologna il 21 aprile. Primi a entrare in città furono il corpo d'armata dei polacchi e gli italiani del gruppo di combattimento Friuli.

Quando i tedeschi che fronteggiavano l'VIII Armata in Romagna cominciarono a vacillare sotto i colpi di mazza britannici, il "1st Recce Squadron" – una unità di 250 paracadutisti italiani – fu lanciato nella notte del 23 aprile nella zona di Ferrara, Mirandola, Revere con l'ordine di creare il caos nelle retrovie nemiche. Sparando come indemoniati per due o tre notti, inflissero al nemico perdite sei volte maggiori del proprio numero: 481 morti accertati e 1083 prigionieri.

L'VIII Armata imbottigliò così le forze tedesche a sud del Po fra se stessa e il fiume, e le costrinse a un "si salvi chi può" disastroso, abbandonando montagne di armi e materiali sulla sponda sud. Solo pochi superstiti arrivarono all'altra riva con mezzi di fortuna. Il 25 aprile l'intera Italia settentrionale insorse contro gli occupanti germanici, travolgendone le estreme resistenze. Il 2 maggio 1945 le forze tedesche in Italia si arresero senza condizioni.

La Linea Gotica fu dunque aggirata e restò in gran parte inutilizzata, a guisa di un gigantesco pachiderma steso al suolo. In pratica, il grande disegno strategico di Rommel non era servito allo scopo sognato dal suo ideatore, anche se l'aggiramento della Linea Gotica da Rimini a Ravenna, fra settembre e dicembre 1944, e le offensive di aprile del 1945 costarono un alto prezzo di sangue. Le salme degli americani caduti in questa zona di guerra giacciono oggi insieme a quelle dei morti su altri fronti dell'Italia centrale in un grandioso cimitero militare (10498 caduti, 1409 "missing"). Gli inglesi preferirono lasciare le salme dei caduti del Commonwealth Britannico delle Nazioni in cimiteri più piccoli e vicini ai campi di battaglia rispettivi: cimitero militare canadese di Montecchio (582 caduti); cimitero militare di Gradara (1191 caduti); cimitero dei Gurkha a Rimini (790 caduti); cimitero militare di Coriano Ridge (1939 caduti); cimitero militare di Cesena (775 caduti); cimitero militare di Meldola (145 caduti); cimitero militare di Forlì (738 caduti); cimitero degli Indiani di Forlì (1264 caduti, di cui 769 cremati); cimitero militare di Faenza (1152 caduti); cimitero militare della valle del Santerno (287 caduti). Le salme dei caduti italiani sono raccolte nel cimitero di guerra di Camerlona (Ravenna).


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Toutes les photos sont de

 Bernard Nardini